Luigi Gerosa, Archivio della Fondazione Amadeo Bordiga. La biblioteca, la corrispondenza, le carte di argomento politico ed urbanistico di Amadeo Bordiga (Fondazione Amadeo Bordiga, 2013)




Luigi Gerosa,

Archivio della Fondazione Amadeo Bordiga.

La biblioteca, la corrispondenza, le carte di argomento politico ed urbanistico di Amadeo Bordiga,

Fondazione Amadeo Bordiga, Formia 2013, pp. 606, € 55,00

 

 

Quando Amadeo Bordiga (1889-1970) si accinse, poco prima della fine della Seconda Guerra mondiale, a ristabilire i rapporti con i comunisti di Milano, sopravvissuti alle persecuzioni del fascismo e alle diffamanti intimidazioni dello stalinismo, egli era ben consapevole del rischio, anche letale, che correva nel caso in cui avesse manifestato le sue posizioni. Bordiga non aveva mai smesso di difendere Lev Trotsky, nonostante la diversità dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi cruciali. La sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia (PCd’I), avvenuta il 20 marzo 1930, era stata motivata proprio in base al suo «filo-trotskismo», manifestato nel confino di Ponza.

Lo scatenarsi del Grande Terrore nell’Unione Sovietica, i processi-farsa di Mosca del 1936-38, la caccia all’uomo condotta soprattutto in Spagna dagli agenti segreti staliniani, lo scioglimento d’ufficio del Partito comunista polacco e infine l’assassinio di Trotsky in Messico nell’agosto 1940 costituivano altrettante prove inequivocabili del fatto che il dittatore sovietico non si sarebbe fermato nella sua campagna di liquidazione fisica totale della «vecchia guardia», né nell’URSS né altrove. Il fatto che Bordiga nutrisse qualche timore per la propria incolumità è attestato da una testimonianza della sua consorte, Ortensia De Meo, risalente all’autunno del 1944. E del resto lo stesso Palmiro Togliatti, nel giorno stesso del suo arrivo a Napoli (27 maggio 1944), manifestò ai dirigenti della locale Federazione del PCI la necessità di «chiudere i conti» con Bordiga. Come riferì uno di loro: «Lo portammo nel salone per fargli ammirare l’esposizione dei nostri manifesti e le parole d’ordine che c’erano al muro. Aspettavamo un “bravi compagni”. Invece Togliatti cambiò espressione [e] fece un po’ la faccia scura (…). Quindi domandò cosa faceva Bordiga: “Si è fatto vivo?” Rispondemmo che fino a quel momento non si era fatto vivo né con la “penna”, né con la “parola”. (…) Togliatti disse ancora: “Eppure con questo abbiamo il conto aperto e dobbiamo chiuderlo”» (Salvatore Cacciapuoti, Storia di un operaio napoletano, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 130).

Il minacciato regolamento di conti si esaurì poi, almeno per quanto riguarda Bordiga, in una campagna di denigrazione e di calunnie – ma va ricordato che, in quegli anni, alcuni dei suoi compagni caddero vittime del terrorismo di stampo togliattiano –, campagna alla quale partecipò attivamente, tra gli altri, quel Giuseppe Berti che in passato di Bordiga era stato un seguace. E Berti diede il peggio di sé nel sottolineare la «conoscenza superficiale» che Bordiga aveva del marxismo-leninismo, nonché il «livello bassissimo» della sua cultura generale (G. Berti, «La natura controrivoluzionaria del bordighismo», in AA.VV., Trenta anni di vita e lotte del PCI, «Quaderni di Rinascita», n. 2, [aprile 1952,] p. 61), e nel denunciare come, durante il ventennio fascista, il  bordighismo fosse passato «apertamente dall’altra parte della barricata», unendosi al trotskismo «in un unico fronte di agenti della borghesia e del fascismo» (ibidem, p. 63).

In tale contesto, ci si può spiegare come, negli anni dell’immediato dopoguerra, il confronto con lo stalinismo fosse contrassegnato anche, per Bordiga, dalla necessità di «ritornare a Marx» e al suo comunismo rivoluzionario, in quanto strumento di lotta contro le deviazioni del PCI togliattiano che pure al marxismo formalmente si richiamava, mentre invece si prodigava nella ricostruzione dello Stato borghese e dell’economia capitalista sotto il segno della collaborazione di classe. Di qui l’accanimento di Bordiga, documentato dall’archivio della Fondazione che porta il suo nome, nella ricerca e nella lettura filologica dei testi marxiani nelle diverse versioni e in varie lingue. Con un duplice obiettivo: innanzitutto, quello di dimostrare che l’Unione Sovietica e il suo regime stalinista avevano poco o nulla a che spartire con il comunismo autentico; e in secondo luogo, quello di tentare di ricostruire almeno un embrione di partito rivoluzionario, tanto in Italia quanto a livello internazionale.

Obiettivi quanto mai difficili, questi, in un periodo nel quale la maggior parte della classe operaia di tutti i paesi del mondo venerava Stalin come il Capo che aveva sconfitto il nazismo e riteneva che l’URSS fosse la patria del socialismo realizzato. Pertanto l’elaborazione di Bordiga e l’azione politica di quanti ne condividevano le posizioni incontrarono soltanto una debole eco nelle file del proletariato, dove raramente riuscirono ad aprirsi qualche piccolo varco.

Ma questo è soltanto uno degli aspetti della documentazione inventariata in questo volume, introdotto e curato da Luigi Gerosa. Esso comprende, nella sezione consacrata alla biblioteca di Bordiga, l’elenco dettagliati dei libri, degli opuscoli, dei periodici e degli estratti in essa presenti; nell’ambito di tale sezione, una parte specifica – racchiusa sotto il titolo «Cronache urbanistiche di Napoli» – viene riservata ai materiali attinenti all’attività professionale dell’ingegner Bordiga dal 1949 al 1966.

La seconda sezione ospita il vero e proprio inventario archivistico: 132 cartelle per la parte politica e 152 cartelle per la parte urbanistica; la sua corrispondenza personale e, soprattutto, quella politica (1946-67), intercalata da minute di articoli, verbali di riunioni e altri materiali; la documentazione che egli utilizzò per la preparazione del numero speciale di Prometeo sul XXX anniversario della fondazione del PCd’I (1951) e i numerosissimi materiali che gli servirono a «confezionare» i primi due volumi della Storia della sinistra comunista (il cui primo volume uscì nel 1964, seguito poi da un volumetto di integrazione documentaria nel 1966, mentre il secondo volume venne completato e pubblicato oltre due anni dopo la sua morte, nel 1972); e, infine, i materiali (1945-67) relativi alle battaglie di Bordiga, all’interno e al di fuori del Collegio degli ingegneri e degli architetti di Napoli, per rendere più vivibile la città nel rispetto delle pietre, delle piazze, delle strade e dei rilevanti manufatti che appartengono alla sua storia.

Nel suo lungo saggio introduttivo – intitolato «La cultura di un “anticulturista”» –, Gerosa spiega, tra l’altro, i motivi per cui nulla è rimasto delle carte di Bordiga per il periodo precedente al 1944. Dagli elenchi sono inoltre esclusi i libri, i documenti e le lettere inviati da studiosi, amici e compagni alla sua seconda moglie, Antonietta De Meo, per quasi un decennio dopo la sua scomparsa.

 

Il volume può essere richiesto direttamente alla casa editrice attraverso il seguente link:

http://www.fondazionebordiga.org/schedalibro5.htm